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Tutti i guai di Mark

Le rivelazioni dell’ex dipendente di Facebook aprono la discussione sugli effetti dei social network, soprattutto sui minori

Articolo di Andrea Barchiesi

Avete perso la nostra fiducia. Non ci fidiamo più della vostra influenza sui nostri figli”. A dirlo è la senatrice del Tennessee Marsha Blackburn, ma potrebbe essere un genitore qualunque, preoccupato per tutte le ore che il proprio figlio minorenne passa davanti ai social. L’esecuzione in pubblica piazza di Facebook è andata in onda a inizio ottobre. Le rivelazioni vengono dall’interno, dalla 37enne Frances Haugen, ex product manager di Facebook, e accendono i riflettori sul difficile rapporto tra social e minori. A maggio, Haugen ha lasciato l’azienda e ora è uscita allo scoperto nei panni della “talpa” che ha fornito al Wall Street Journal una vasta e delicata documentazione su come l’azienda abbia privilegiato profitto e performance su sicurezza, salute e diritti degli utenti.

Haugen è stata ascoltata da una commissione del Senato, di fronte alla quale ha espresso le sue preoccupazioni per l’impatto che l’utilizzo di Instagram avrebbe sulla salute mentale dei giovani utenti. Secondo team di ricerca interni a Facebook, il 40% dei giovani utenti Instagram che si sentono “non attraenti” avrebbero dichiarato che questa sensazione è cominciata utilizzando l’app. Le ricerche mostrano che la dipendenza da Instagram “danneggia materialmente” la salute e il rendimento scolastico di oltre il 6% dei teenager, causando disturbi come depressione, ansia e anoressia e alimentando il bullismo. Il 13% degli utenti nel Regno Unito e il 6% di quelli negli Stati Uniti hanno poi dichiarato di aver avuto pensieri suicidi per colpa di Instagram. Materia che scotta. Davanti a questi dati ci si aspetterebbe un cambio di rotta del social, che però non è mai arrivato. Anzi, sempre secondo la “talpa”, Facebook avrebbe fatto finta di niente in nome del profitto.

L’attenzione ai “pre-teenager” non è affatto una novità. Fallito l’obiettivo di portarli sulla piattaforma, i dati infatti mostrano una fuga generalizzata e crescente dei giovani da Facebook, ora si pensa di creare un social specifico per loro. Facebook non è sicuramente l’unica che ci pensa o che abbia problemi in tal senso. Praticamente tutte le principali piattaforme di social media hanno affrontato questioni legali o normative relativamente al modo in cui i bambini utilizzano i loro prodotti. Nel 2019, ad esempio la Federal Trade Commission ha multato TikTok per 5,7 milioni di dollari per avere raccolto i dati dei minori di 13 anni senza il consenso dei genitori. A fine settembre Instagram ha deciso di sospendere il progetto della piattaforma “Kids” dedicata ai minori di 13 anni. Il progetto aveva da subito scatenato dubbi e polemiche. Un dietrofront reso ancor più necessario dalle recenti rivelazioni, anche se la stessa società ha fatto notare sul proprio blog che “già esistono versioni di TikTok e YouTube per i 13enni”. Mark si difende in stile gattopardo, cambia tutto affinché non cambi nulla. Sa bene qual è la vera linea maginot che non deve essere superata, il vero spettro è lo “spezzatino” della sua società in tante parti. Non pochi in patria e ancora di più fuori ne sarebbero felici. Soprattutto in oriente.

Tornando a noi In Italia, secondo il Gdpr, chi ha meno di 14 anni non può aprire un profilo social. Eppure secondo l’ultima indagine condotta da EuKids Online il 23% dei bambini tra i 9 e gli 11 anni e il 63% dei preadolescenti tra i 12 e i 14 anni visitano almeno un social su base quotidiana. Un dato che dimostra come le barriere all’ingresso – porte girevoli sarebbe più adatto – siano totalmente fallimentari. Mentire sulla propria data di nascita è facile ed è un esercizio che parte da piccoli per raffinarsi negli anni. Tutto si complica poi guardando ai dati Usa per cui c’è una fetta rilevante di genitori che considerano i social già accessibili sotto i 14 anni (43%).

I social d’altro canto continuano con la loro narrazione che li vede come una sorta di tubo in cui passano contenuti di cui non hanno responsabilità. Questa narrazione nell’ultima fase Trump, con i suoi account sospesi, è stata seriamente incrinata. È vero che i social non scrivono i contenuti ma li veicolano secondo algoritmi per nulla trasparenti e ne traggono profitto. Questo li rende editori in quanto registi di conversazioni. Non credo che una soluzione potrà mai arrivare senza che si abbia una reale responsabilizzazione delle piattaforme. Solo dalla reale responsabilità può nascere il vero impegno. Viceversa ci saranno solo azioni di facciata. Le autorità governative non se la passano meglio, sono state prima colte di sorpresa e poi si sono trovate a maneggiare un qualcosa che non riuscivano a capire. Memorabile l’espressione di Zuckerberg mentre rispondeva nel 2018 in audizione al senato. Sembrava di vedere dei primitivi attorno all’esploratore incuriositi dall’orologio. Ora hanno capito ma gli impatti ormai sono fuori previsione.